Intervista a Marcello de Martino Rosaroll, autore de O’Sarracino

Intervista a Marcello de Martino Rosaroll, autore de O’ Sarracino, libro appena pubblicato da Edizioni Melagrana. Domande a cura di Annie Ogliastro.

Il romanzo “O’ Sarracino” non è il tuo esordio letterario, troviamo il tuo nome anche sul racconto “La Migrante”, pubblicato con la vincita del “Premio Melagrana”, organizzato annualmente da Edizioni Melagrana. Diventare scrittore è sempre stato il tuo sogno? Cosa diresti al giovane Marcello che aveva messo da parte questa passione?

Le passioni vanno ascoltate, incoraggiate, seguite. Ma ogni cosa ha il suo posto e il suo momento. Io sono stato fortunato: ho amato gli studi che ho scelto, gli sport che ho affrontato, il mio lavoro e le mie scelte hanno seguito, non senza l’aiuto della buona sorte, le mie passioni; dalla famiglia al lavoro, dalla scrittura alle scelte di vita. Non dico che sia stato sempre tutto facile. Abbiamo lavorato sempre molto e ci siamo impegnati costantemente, rinviando cose meno urgenti, per concentrarci su quelle più importanti in quel momento. Ecco oggi, ai giovani, direi proprio questo: guardati dentro, comprendi cosa sia davvero importante per te e impegnati al massimo nelle tue scelte, senza mai trascurare gli altri ed in particolare chi ti è vicino. Pazienza, perseveranza e rispetto delle persone che incontri è un buon viatico anche per poter accettare alcune inevitabili sconfitte che la vita riserva e per godere i risultati raggiunti. In fondo, ‘O Sarracino è proprio la storia di un giovane che ha avuto troppa fretta.

“O’ Sarracino” è ambientato a Napoli: città del sole, del mare e della pizza, luogo dai mille colori che, però, possiede anche sfumature grigie. Il tuo protagonista è un giovane che si ritrova catapultato nella gerarchia dei clan e nelle lotte per il potere. Come mai hai deciso di trattare un argomento così “scomodo”?

Non so se sia o meno un argomento scomodo. Certo, quando ho cominciato a scrivere avevo in mente anche il libro “Gomorra” di Roberto Saviano, ma quella è tutta un’altra storia.

Io, molto più semplicemente, mi sono sempre chiesto quale potesse essere il percorso di un giovane, che non nasce necessariamente in mezzo alla violenza, uno che non fosse un “figlio della camorra”, ma che, tuttavia, sentendosi emarginato, diverso, escluso dagli ambienti più fortunati, scivolasse, un po’ per volta, nel gorgo profondo della malavita. Il mio protagonista nasce da una famiglia certamente non agiata, ma onesta; il padre fa lo spazzino e fa fatica a tirare avanti con quattro figli e la madre non c’è più, uccisa dalla povertà, dall’ignoranza, dall’ambiente insalubre. Ma questa famiglia non è contigua alla camorra. E, per assurdo, è proprio la sensibilità di Michele, il suo desiderio di aiutare la famiglia, la prima molla che lo spinge verso il declivio.

La storia del Sarracino ha certamente un fondo di verità; molti sono i ragazzi che ancora oggi prendono scelte sbagliate di questo tipo e si ritrovano immischiati in situazioni più grandi di loro. Hai avuto la possibilità di conoscere “un sarracino” che ha ispirato, poi, il tuo protagonista?

La figura di Michele, “’O Sarracino” è assolutamente inventata, ma è il compendio di mille “sarracini” che chiunque sia cresciuto a Napoli ha incontrato: bulli, prepotenti, persino personaggi realmente violenti. Non nascondo che, da giovane, il mio carattere, che mi porta a non accettare le ingiustizie e le prevaricazioni, mi abbia indotto, in qualche occasione, persino allo scontro fisico (la classica scazzottata); fatti di cui mi sono poi pentito, naturalmente. Anche chi, come me, ha avuto la fortuna di nascere in un ambiente privilegiato, come il Quartiere Chiaia, vivendo a Napoli ha per forza incrociato “saraceni”, ragazzi, come dici tu, che hanno avuto meno fortuna ed hanno preso strade sbagliate, magari semplicemente perché a loro venivano mostrate soltanto quelle.

Cosa o chi ti ha ispirato, permettendoti di dar vita al romanzo “O’ Sarracino”? Qual è il messaggio che vuoi comunicare con questa storia?

Tutto nasce da un’emozione provata ascoltando il grande Claudio Baglioni in una delle sue più belle canzoni: “Uomini persi”. È da lì che ha cominciato a formarsi nella mia testa la storia di questo ragazzo perduto tra i suoi affetti sinceri, il miraggio di una vita facile, l’illusione di poter controllare ogni cosa e, infine, la consapevolezza di star giocando una partita più grande di lui e di voler resistere con tutte le sue forze. Io vorrei dire a questi ragazzi ai quali vengono offerte scorciatoie apparentemente facili: non cadete nella trappola! Cercate piuttosto di comprendere chi veramente siete, quali talenti possedete e studiate, lavorate su questi, per far emergere, con pazienza e tenacia, i vostri valori.

A proposito, il testo della canzone di Baglioni accompagna il racconto in diversi punti, anticipando, in qualche modo, gli eventi che vi vengono narrati. E poi, devo anche citare la meravigliosa canzone di Renato Carosone che mi ha suggerito il titolo del libro ed alcuni tratti del protagonista.

C’è qualche autore in particolare che ha influenzato il tuo stile, o che è stato determinante per la nascita dell’amore verso la lettura e la scrittura?

Amo diversi autori: giganti che mi hanno fatto innamorare della parola scritta, ma che sono davvero troppo grandi ed irraggiungibili per poter pensare a loro come modelli da imitare! Da giovane ho letto molto (più di quanto, ahimè, riesca a fare adesso); Cesare Pavese è tra gli autori che mi hanno colpito di più, ma come dimenticare Alessandro Manzoni, riletto per puro piacere dopo la scuola e, da più giovane, Giulio Verne, più che Salgari, ma anche P.G. Wodehouse e tanti libri di Oriana Fallaci. Oggi amo molto autori come Erri De Luca, Gianrico Carofiglio, Umberto Eco. Apprezzo anche la scrittura di Giorgio Faletti. Molti anche gli autori stranieri: dai classici Francis Scott Fitzgerald ad autori contemporanei come Kaled Hosseini; poi ancora Carlos Ruiz Zafon oppure Richard Adams. Potrei di certo continuare a lungo, ma il vero problema è che sono molti di più gli autori che non ho letto a sufficienza o addirittura per nulla e che vorrei poter leggere, ma il tempo non è mai sufficiente! Voglio anche citare il mio professore di lettere del liceo, che ha molto contribuito alla mia passione per la scrittura: Ugo Piscopo, poeta, scrittore, critico e studioso di grande valore, scomparso, purtroppo, recentemente.

Dopo “O’ Sarracino” hai in mente qualche altro progetto letterario? Puoi parlarcene?

Certo. In realtà più di uno. Due, in particolare, su tutti: il primo è una raccolta di racconti incentrati sul disagio psichico, scritti in collaborazione con una cara amica, che ha una grande esperienza come psichiatra e nel recupero del disagio giovanile. Questo lavoro è quasi terminato e, al momento, sono io in debito dell’ultimo racconto che non sono riuscito a completare per il sopraggiungere di una serie di impegni imprevisti.

Il secondo è ancora solo un progetto (ho scritto solo poche pagine) e sarà il prosieguo della storia della Migrante: cosa le succederà in Italia, dopo il suo tragico arrivo? Chi incontrerà? Chi l’aiuterà? Quali ostacoli incontrerà? Buona parte della storia l’ho già in testa, ma devo ancora lavorarci molto. Forse il rapporto con l’Associazione Melagrana potrà essermi molto utile, proprio per la loro grande esperienza nell’assistere gli Immigrati.

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